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Prima, subito, domani. 6|28 Aprile 2009, Abruzzo

Ho sempre avuto paura dei terremoti, perché è la tragedia tabù, la catastrofe annunciata e non creduta, la colpa collettiva che si trasmette di generazione in generazione senza trovare redenzione e salvezza.
Per anni, dopo la tragedia che uccise a San Giuliano di Puglia 27 bambini e una maestra nel crollo della scuola, dopo un sisma non devastante come quello di adesso in Abruzzo, l’intera Protezione civile si è mobilitata per rivedere la carta del rischio sismico in Italia, per evidenziare le aree di forte pericolo, per promuovere l’obbligo di costruire secondo normative antisismiche efficaci e moderne. Intorno, grandi consensi a parole, ma troppo pochi i fatti, le decisioni, gli stanziamenti, troppo debole il senso della tragedia che può ripetersi, troppo dilatata l’incoscienza di chi spera che ogni faglia stia buona, che la terra si accontenti di cercare nuovi equilibri senza scosse violente. Sappiamo che non è così. Il 6 aprile il sisma ha fatto quasi trecento vittime in Abruzzo, all’Aquila, nei paesi attorno al capoluogo. I centri storici di alcuni piccoli, antichi borghi, migliaia di case, crollati o lesionati gravemente. Tante chiese, monumenti, edifici storici, palazzi antichi e moderni adibiti ad uffici danneggiati, ridotti in tutto o in parte a cumuli di macerie. Potevano essere di più, le vittime, se il terremoto si fosse svegliato qualche ora più tardi,lasciando agli aquilani il tempo per recarsi a scuola o al lavoro. Potevano essere di più, le vittime, se la Protezione Civile non fosse arrivata in Abruzzo nell’arco di una manciata di ore. Abbiamo estratto dalle macerie più di cento persone vive, con un lavoro forsennato delle squadre di ricerca e soccorso e delle unità cinofile.
Ho voluto questo libro, che racchiude in immagini e in breve racconto i giorni dell’emergenza, non per giocare d’anticipo sui rapporti, le relazioni, i rendiconti che pure dovremo redigere, ma come un quaderno di appunti, colpi d’occhio per aiutare la memoria, per conservare con gelosia le emozioni, i sentimenti, le immagini di ciò che abbiamo vissuto, per poter liberare, dopo, la voglia di piangere e insieme quella di scherzare e di ridere, perché abbiamo attraversato salvi una tragedia straordinariamente ricca di umanità e di vita anche nella desolazione della distruzione e della morte.
È un libro che affida questo compito soprattutto alle immagini di Marcello Scopelliti. Non cercate nelle pagine le logiche preoccupate della documentazione puntuale: più che guardare le fotografie, ascoltatele, lasciatevi parlare, lasciate che il racconto fatto di attimi colti all’improvviso vi scenda nell’anima, pagina dopo pagina, per aiutarvi a leggere oltre la singola imagine e ritrovare la sintonia con i momenti vissuti e l’infinità di volti e di sguardi che hanno intessuto la nostra memoria con la rete fitta e silenziosa dei ricordi. Voglio dedicare queste pagine, queste foto bellissime,i racconti contenuti nel libro in primo luogo alla gente d’Abruzzo, a tutti coloro che abbiamo incontrato, alle donne e agli uomini che abbiamo saputo aiutare e a coloro che abbiamo deluso, nonostante la nostra intenzione fosse diversa. Voglio dedicarlo anche a Chicco De Bernardinis, al Prefetto Franco Gabrielli, a Sergio Basti, a Luciano Marchetti, miei preziosi vice commissari, a Mauro Dolce, ad Agostino Miozzo, a Salvatore Squarcione, a Fabrizio Curcio, a Titti Postiglione e a tutti i miei collaboratori del Dipartimento, impegnati con me, alla Dicomac, nei Com, alle migliaia di donne e uomini del Servizio nazionale della Protezione civile, di tutte le componenti e le strutture operative, che hanno scritto in questa terra pagine bellissime di generosità, di solidarietà, di capacità d’aiuto, di grande professionalità.
Voglio infine dedicarlo a tutti gli italiani, ringraziandoli per la fiducia e la stima che esprimono alla Protezione civile, ma in particolare a quanti di loro sapranno trasformare la memoria dell’emergenza in Abruzzo in gesti di responsabilità e decisione per mettere in sicurezza la vita di chi abita in zone ad alto rischio sismico.
Solo così, confermando questa scelta con atti concreti, potremo avvicinarci a chi scruta il domani dalla copertina di questo libro per dirgli che abbiamo fatto ciò che era necessario per assicurarglielo sicuro, potremo con la coscienza retta e l’animo in pace avvicinarci alla bambina che soffia bolle di sapone in una fotografia e chiederle di giocare con lei, per affidare al vento anche le bolle della nostra gioia, della contentezza di un lavoro ben fatto, per illuminare di riflessi e di luci iridescenti una realtà che avremo reso più sicura e migliore.

GUIDO BERTOLASO
Commissario per l’emergenza in Abruzzo
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