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Torpignattara: qualcuno per fortuna non ci sta.

Sento le gocce di pioggia picchiettare sul vetro, sento il profumo del caffè sulla piastra elettrica, sento il freddo che si sente in un edificio scolastico vecchio di prima mattina, sento la paura che le studentesse non vengano perché quando piove così e fa freddo non li imbarcano i bambini sui passeggini. Sento vociare di bambini in corridoio, esco dalla stanza, no, sono solo due, anche se fanno per sei su quei tricicli di plastica.
Attraverso il lungo corridoio, nella stanza grande, il tè è pronto sul tavolino, sento il calore del bicchiere nelle mani, ma a un certo punto uscirò da questa lezione sul verbo sentire?
La pioggia rallenta e poi smette e loro alla spicciolata arrivano. Qualcuna ha scoperti solo gli occhi, qualcuna invece tiene ben coperti soprattutto quelli sotto un paio di occhialoni alla moda, anche se è nuvolo.
Hanno poca lingua in comune, di certo non gli abiti, le facce un po’ malinconiche e stanche, quelle sì.
Sento crescere il chiacchiericcio, con cadenza bengalese, rumena, pakistana, polacca, araba, tigrigna, spagnola, italiana stentata. Un chiacchiericcio timido, soffuso o improvvisamente sguaiato.
Sono sedute ai tavoli e giocano con qualche gioco grammaticale che abbiamo preparato.
Sono le donne di Torpignattara, sono a casa loro.
Un canto rompe il torpore, via i tavoli. E’ il richiamo a disporsi in cerchio, all’inizio della lezione: il gioco, il canto, qualche spintarella e canzonatura, è così che inizia una lezione d’italiano, una sorta di “appello”, la prima affermazione di presenza della giornata in questa nave che si chiama “noi,” che anche oggi sta salpando alla scoperta di cosa ci riserva il nostro incontro. Sento una consueta felicità alla quale non mi abituo mai. Sento che la lezione che ho preparato sul verbo sentire oggi, mi darà qualche soddisfazione.

Dal 2006 a Torpignattara ci incontriamo tra donne, da quando abbiamo capito che essere una donna straniera a Torpignattara può significare diventare muta dentro la propria casa e, mentre si diventa madre più e più volte, ammalarsi, di tristezza soprattutto; da quando abbiamo scoperto che essere una donna straniera a Torpignattara può significare vedere i propri figli crescere in un mondo estraneo, incomprensibile e ostile perfino, sapendo che i figli non ti perdoneranno mai il tuo spavento.
Ci incontriamo e i figli, quelli piccoli che non vanno a scuola, ce li teniamo con noi.
Ci incontriamo in un terreno neutro, non è il Bangladesh, non è il Pakistan, non è la Romania e nemmeno l’Africa, ma francamente assomiglia poco anche all’Italia.
Ci incontriamo nel gioco, nel canto, nello sguardo, nel fare con le mani, ci incontriamo per scoprire se qualcosa di ciò che si è stati prima del viaggio trasmigra da un paese all’altro e può abitare in una nuova lingua.
“Ho attraversato un oceano/ la mia lingua s’è perduta/dalla vecchia radice/una nuova è spuntata” dice la poetessa (Grace Nichols) e noi ci crediamo.
Dalla vecchia radice appunto. Nessuna poetessa ha mai parlato di: estirpare, cancellare, assimilare, integrare.
Questa è l’intercultura per noi, qualcosa che “spunta”, che s’inventa ogni giorno, che nasce da rapporti di prossimità non lasciati al caso, ma guidati da una fiduciosa intenzione, da una reale curiosità, dall’attenzione alla lingua che diventa attenzione ai linguaggi, dall’idea di fondo che si debba essere risolute nella mitezza e nell’orizzontalità ,nel senso di sentirsi alla pari, ma anche di avere un orizzonte.
Le donne spesso questo lo sanno, lo sanno per natura. La cultura cambia le forme di questo sapere, ma non la sostanza. “Il centro interculturale Miguelim con donne migranti” è un luogo dove non si è esposti ai venti dei facili luoghi comuni, alle bufere di chi è sempre alla ricerca di capri espiatori per giustificare le proprie malefatte, ai dictat di chi si accontenta di etichette facilitanti pensando così di rimettere ordine nel caos di questo nostro nuovo mondo meticcio dal quale ormai nessuno può sottrarsi.
Il “centro interculturale Miguelim” è una cellula, qualcuno l’ha chiamato “un acquario”, per noi è una lente d’ingrandimento sul possibile, su un possibile modo di stare insieme. Il segno che la convivialità delle differenze è presente perfino a Torpignattara, troppo spesso sulle pagine di cronaca per i conflitti, il degrado, il populismo e la propaganda di politici di destra e di sinistra.
Non siamo le uniche a voler sentire e a fare.
Il comitato di quartiere si chiama I Love Torpigna e da tempo fa di tutto perché non abbia il sopravvento quel linguaggio televisivo dell’invettiva e della denuncia, fin troppo ospitato e amplificato dai media, per quella nefasta connivenza tra chi crede che esasperare gli animi faccia audience e chi crede che spazzatura, spaccio, siringhe e cantieri aperti, siano l’emblema di un abbandono istituzionale dovuto agli stranieri, i quali si sa, oltre ai loro costumi incivili, hanno anche il terribile difetto di non votare.
I love Torpigna significa curare il verde, tirare fuori dalla spazzatura i tesori del proprio territorio, materialmente e fisicamente, armati di scope e rastrelli, spedizioni pulitive le chiamano. Significa curare gli animali abbandonati e soprattutto la cultura, anzi le culture, anche quelle sommerse, sognando e lavorando per riaprire il cinema Impero (che sbarrato da anni ci guarda con aria fatiscente) e nel frattempo riaprire un immaginario, riempiendo di cinema e musica in ogni lingua, ogni angolo del quartiere, in ogni occasione, appena si può.
C’è chi le occasioni le costruisce con tenacia, qualcuno che ha capito che l’intercultura non piove dal cielo e non si fonda sulla retorica buonista del “siamo tutti uguali”, ma è una volontà attiva, un’ educazione dello sguardo, all’apertura all’altro. Qualcuno che non ci sta a vivere lo spaesamento, dovuto alla repentina trasformazione del quartiere, solo come una condanna e si lascia cogliere dall’ordinaria meraviglia di sentire di abitare un posto che non assomiglia più a nessun altro.
Alice nel paese della Marranella è la festa di Maggio (oggi anche il nome dell’associazione che l’ha ideata), che per un giorno allontana macchine e spacciatori e invade le strade di arte, musica, giochi, bellezza.
Sono i bambini i veri protagonisti della festa, finalmente liberi di uscire “allo scoperto”, di vedere ricomposto e attraversato anche dai grandi il loro universo di tutti i giorni, una piazza e una strada in cui le lingue, le danze, i canti di qui e d’altrove si compongono in un mosaico armonioso, proprio come una gigantografia dei loro giochi di cortile ogni giorno.
Sono i bambini infatti, che ci insegnano come abitare il mondo a venire e noi a corrergli dietro, a industriarci, ragionare, scoraggiarci e litigare tra noi nel tentativo di essere alla loro altezza.
E’ quello che dimostra l’esperienza della scuola Carlo Pisacane: le scuole dei bambini sono sempre pioniere delle trasformazioni sociali.
Qualche anno fa, (ministro Gelmini al governo) il mondo politico discuteva di percentuali d’ingresso per gli stranieri nelle classi, tetto del 30% si diceva, nell’intento di chiudere ogni scuola C. Pisacane o transitare i bambini da una parte all’altra delle città su dei pulmini, come se intercultura e integrazione potessero davvero essere un fatto aritmetico, come se non contasse nulla il radicamento di un bambino e di una famiglia nel suo quartiere.
In quegli anni la scuola C. Pisacane, che di Torpignattara è il cuore, di bambini di qui, ma venuti da altrove, stranieri sulla carta solo per merito della peggiore legge europea sulla cittadinanza, ne aveva fino al 90% e realizzava una nuova comunità naturale.
Costruiva un modello pedagogico plurale, reinventava la propria didattica e con grande sorpresa affermava che una “buona pedagogia”, fondata sulle relazioni, sull’esperienza, su un approccio laboratoriale, come già insegnava la migliore tradizione italiana, è di per sé interculturale.
Insomma la soluzione l’avevano già, si trattava solo di rispolverarla, anzi forse toglierle la muffa e riabituarsi a una scuola attiva, una scuola che esca dalla sua autoreferenzialità, dal suo ripiegamento nelle (giustificatissime) vertenze sindacali, per risposare il proprio ruolo sociale di costruzione comunitaria.
Forse è per questo che è diventata un simbolo, che hanno fatto di tutto per chiuderla. Forse è per questo che dopo varie battaglie, ora ha un esercito di pacifici genitori di tutte le nazionalità (per chi ama le percentuali italiani al 50%) pronti a difenderla, viverla e condividerla con i propri figli, amarla e animarla soprattutto. Il 18 dicembre, giornata globale contro il razzismo, la scuola apre le proprie porte e molti artisti romani fanno a gara per esibirsi insieme ai bambini. L’arte e i bambini sul meticciato se la intendono.
Una maestra ricorda: “noi qui, vent’ anni fa, avevamo i figli di chi? Delinquenti, carcerati, prostitute, nessuna di noi usciva da scuola da sola. Guardandolo da dentro la scuola, il quartiere sta vivendo una riqualificazione, non c’è dubbio, solo non nel senso che ci aspettavamo noi, ecco. Qualcosa di completamente diverso. All’inizio eravamo spaventate, ma piano piano abbiamo capito. La serietà con cui molte famiglie straniere affrontano la scuola dei propri figli, il valore sociale che danno a noi come maestre…Senti che di nuovo qualcuno sta affidando a te il suo futuro…Guardati intorno, della scuola ormai a chi importa? I nostri ragazzi escono da qui più preparati di prima e qualsiasi sia il paese di provenienza dei loro genitori, loro sono italiani.”
Torpignattara è “a du passi dal centro”, chiamarla periferia non è corretto. Il vissuto dei cittadini di essere “abbandonati” dalle istituzioni ha ragioni reali, gli stessi amministratori locali lottano per far comprendere le complessità e le sofferenze del proprio territorio, fatte di infrastrutture mancanti, servizi carenti, degrado e investimento pressoché nullo nel sociale e nella cultura. Lottano con pochissimi mezzi per contrastare il gioco di chi sa che nel degrado la malavita si rafforza, si nasconde meglio, cresce e opera indisturbata, e quella sì che è interculturale, pesca nella povertà e nella disperazione e dunque trasversalmente in ogni comunità presente sul territorio.
Viviamo una politica ignava e povera d’immaginario, che permette che si giustifichi dietro il conflitto inter-etnico la crescente guerra tra poveri, dovuta, nel migliore dei casi alle proprie inadempienze, nel peggiore alla propria corruzione.
Una politica miope non ha capito che Torpignattara è il laboratorio urbano e sociale della città che verrà e quindi richiede cura, innovazione, investimenti, immaginari per la costruzione del nuovo vivere civile.
Qualcuno, per fortuna, non ci sta.

Cecilia Bartoli
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